Perché le riforme hanno fallito

È dal secondo dopoguerra che sentiamo parlare di riforma della Pubblica Amministrazione, eppure molto poco sembra essere cambiato.

Colpa dei politici?
A sentir loro, in effetti, il cambiamento epocale sembra sempre dietro l’angolo. E in effetti non c’è stato Governo – di qualsiasi colore politico – che si sia insediato senza proclamare guerra alla burocrazia. Salvo ritrovarci, dopo poco, con un nuovo Governo e il solito proclama.

Perché?
Perché tutti commettono lo stesso errore: cercare di cambiare la P.A. da dentro.

Questo approccio non ha mai funzionato: non è un’opinione, ma un dato di fatto confermato nel tempo e di cui conviene tener conto, se non si vuole continuare a fallire.

Inutile che la maggioranza politica del momento dichiari che stavolta non sarà così, che usando determinazione e pugno duro le inefficienze spariranno. Magari qualcosa riuscirà a smuovere, ma solo in superficie: passato il clamore momentaneo sull’opinione pubblica e spenti i fari dei media, tutto tornerà, nella sostanza, come prima.

Si pensi, ad esempio, alla trasparenza. Non c’è Amministrazione che non ne parli o che non prenda iniziative al riguardo.  Le P.A., infatti,  sono obbligate dalla legge n.15/2009 a pubblicare ogni dato sulla propria attività: nei fatti, qualcuna adempie con attenzione, altre lo fanno ma in modo sporadico, altre ancora solo per alcuni temi. Nessuna si oppone frontalmente alla prescrizione e, anzi, molte Amministrazioni si mostrano collaborative. Nei fatti, però, l’atteggiamento prevalente è quello di lasciar morire la norma, semplicemente disattendendola. Le si consente di nascere solo per lasciarla lettera morta.

Il primo tassello per il successo di una riforma della P.A. è questo: cambiare approccio, inducendo la riforma dall’esterno, ad opera dei suoi stakeholders: cittadini, imprese, banche